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La porta di Babilonia
Merendina offerta dall'amica Susy Bellucci.
C'era una volta un omino che stava di casa accanto alla porta di Babilonia. La sua era una piccola casa, con quattro finestre, un comignolo e un giardinetto. Modesta, ma molto curata, pulita e non priva di una certa grazia. Alle finestre c'erano tendine civettuole a disegni variopinti, e nel giardino crescevano qua e là ciuffi di fiori di colore acceso.
Non esattamente dello stesso stile era invece la sua vicina, la porta di Babilonia. Essa era l'unica via d'accesso alla città, cinta da alte mura, e, come tale di incredibile solidità e ricchezza. Era infatti costituita da due altissimi portali in pietra massiccia, rivestiti d'oro e d'argento, finemente cesellati con motivi ornamentali provenienti da ogni parte della terra, tempestati di pietre preziose, incomparabili per pregio, varietà e bellezza.
L'abitatore della casetta non si dava molto pensiero di una tale imponente vicina, poiché conduceva vita tranquilla e riservata, e si faceva, come si suol dire, i fatti suoi. Anche quando avrebbe avuto di che lamentarsi, o quantomeno incuriosirsi, lasciava correre e badava piuttosto a sbrigare le sue faccende.
E sì che ne dovevano succedere di cose dietro a quella porta, a giudicare dal frastuono che notte e giorno proveniva da quella città. Rumori di ogni tipo e intensità si levavano infatti da dietro quelle mura, ma lui non se ne curava troppo: godeva di sonni tranquilli e quando la notte porte e finestre erano chiuse non c'era niente che potesse impedirgli una buona dormita. Era soltanto un pochino irritato da tutti quegli oggetti che con una certa frequenza venivano scagliati oltre le mura e finivano col cadere nel suo giardino, per non parlare di quelli che gli sfondavano il tetto o i vetri delle finestre. Scarpe, coppe intarsiate, vassoi di frutta, pipistrelli morti e ranocchi erano all'ordine del giorno, ma poteva capitargli di tutto. Una volta perfino un barbiere con tanto di rasoio in mano andò a infilarsi nel camino e uscì tutto nero e urlante correndo verso la porta.
Insomma il povero omino era messo a dura prova, e non mancava talvolta di avere dei piccoli scatti d'ira, come quando per esempio doveva aggiustare il tetto per la terza volta nello stesso giorno, ma nell'insieme la convivenza poteva dirsi riuscita: lui non si faceva troppe domande e tirava avanti per la sua strada. Non si chiedeva mai neanche chi fossero tutte quelle genti che quotidianamente affluivano davanti a quella porta: carovane di moltitudini delle razze e dei ceti più diversi; sultani, schiavi, ermafroditi e lebbrosi; donne simili a dee e donne con un occhio solo in mezzo alla fronte; mangiatori di serpenti e serpenti cannibali; cavallette giganti e cavalli di Numidia; pappagalli parlanti e oratori pappagalli; miracolati resuscitati e miracolati morti; danzatori su crune d'ago e lanciatori di scarpe; santi eremiti accompagnati da schiere di diavoli vocianti e immense vasche d'acqua con dentro i caimani parlanti del basso Eufrate; ampolle di liquidi colorati dalle più svariate proprietà e ampolle contenenti l'essenza di persone lontane.
Insomma tutto quello che si può e non si può immaginare. Per tutto questo si apriva, e tutto questo fagocitava, l'enorme porta di Babilonia.
Ora accadde che una notte il nostro omino venisse svegliato nel bel mezzo del suo incrollabile sonno da un frastuono superiore all'usuale. "Stanotte" pensò "esagerano davvero". Dalla finestra entravano bagliori rossastri e l'omino dovette girarsi verso il muro per cercare faticosamente di riprendere sonno, ma passò parecchio tempo prima che ci riuscisse, tanto era il finimondo che succedeva là fuori. Finalmente, mancava poco all'alba, si riaddormentò e quando si svegliò si accorse con disappunto di aver dormito più del solito. Si vestì e scese in giardino per annaffiare le piante prima che il sole fosse alto in cielo, e quale fu la sua meraviglia quando, voltandosi a sinistra per annaffiare la lattuga, non vide più la porta. E neanche le mura c'erano più. E neanche Babilonia. Al suo posto c'era un mucchietto di ceneri fumanti.
Rimase lì, inebetito, per almeno cinque minuti, con l'annaffiatoio che gli pendeva dalla mano. Poi sospirò e disse: "Lo sapevo che sarebbe accaduto".
Rientrò in casa, e nonostante che il tetto non corresse più alcun pericolo, rimase inspiegabilmente triste per tre giorni e tre notti. E non si fece neanche il caffè.
Susy Bellucci
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