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Cuori di pietra - la nascita
A lezione di chitarra
Siamo nel 1967, ho nove anni, il desiderio di iniziare a suonare decentemente si fa sentire; da solo arrivo dove arrivo, accà nisciuno nasce 'mparato: urge un insegnante. I miei genitori, considerato che insisto nel chiederlo, decidono di accontentarmi iscrivendomi a un corso di chitarra.
chitarrina
Allo stesso corso si iscrive anche mio cugino Maurizio Giambini[*] che frequento da sempre e con cui mi trovo già in perfetta armonia nella vita di tutti i giorni. Non rimane che correre a divertirsi col nuovo giocattolo: le premesse per far sì che la lezione di chitarra assuma la veste dell'ora di ricreazione ci sono tutte.
[*] Il Maurizio dell'epoca è un bambino eccezionale, di quelli che insieme ci stai bene, ti ci diverti; e come se non bastasse è dotato di straordinaria musicalità. Oggi, a dispetto del tempo che passa e che in teoria dovrebbe far cambiare le cose, Maurizio continua a mantenersi un'ottima persona e altrettanto ottimo musicista.
C'è qualcosa di strano, meglio informare i genitori
Non passò un mese dall'inizio del corso. Il maestro Silvestrini (uomo che rideva con gli occhi, musicista divertente, eclettico) informò i nostri genitori che, secondo lui, in questi bambini c'era qualcosa di strano: si stavano appassionando alla musica in maniera singolare, facevano passi da gigante, e forse sarebbe già stato il caso di pensare a una loro unione con altri mocciosi ugualmente attratti dalla musica, al fine di creare un vero e proprio complesso di piccoli musicisti.
I miei non presero iniziative, si limitarono a chiedermi quanto il progetto del maestro potesse interessarmi, dandomi contemporaneamente una rinfrescatina di idee su un concetto che forse avevo già chiaro, ma che a loro – per l'occasione – sembrò il caso di ribadire: «dare una parola significa mantenerla».
Il tempo di deglutire gli spaghetti che avevo in bocca e domandai: per quanto tempo si mantiene una parola data? c'è una scadenza o dura in eterno?
Non mi sembrava di aver detto una frase spiritosa, eppure mi accorsi che scappava da ridere sia a babbo che a mamma. Quella scena l'ho ancora davanti agli occhi.
I due, prima si ricomposero, poi tentarono di soddisfare la mia curiosità. La risposta che ebbi fu più o meno questa: «Una parola data, a seconda della circostanza, può e deve durare in eterno. Ma nel caso che ti riguarda, sempreché tu decida di far parte del gruppo, durerà un tempo ragionevole; vale a dire, durerà tutto il periodo necessario a capire cosa stai andando a fare, perché neanche noi sappiamo con esattezza in quale modo e misura verrai coinvolto dall'impegno».
Dell'intera spiegazione, l'unico termine che non afferrai fu "ragionevole", ma l'insieme del discorso mi sembrò abbastanza ragionevole. Ci pensai un attimo, diedi la mia parola ai genitori e quindi – indirettamente – anche al maestro Silvestrini e all'insieme di frugoletti che stavano per aggregarsi. Proseguii fecendo svelto la scarpetta nel sugo che altrimenti si sarebbe freddato. Il sugo è buono caldo.
Quel fulmine del maestro Silvestrini non temporeggia
Evidentemente il maestro stava davvero scalpitando per costituire il gruppo di pargoli beat, in pochi giorni aveva già intercettato e coinvolto un altro paio d'infervorati strimpellatori: Massimo (batteria) e Luciano (tastiera), entrambi coetanei miei e di Maurizio.
Ce li fece conoscere, poi ci convocò al completo per due-tre lezioni d'insieme, e il resto andò da sé: il gruppo stava nascendo, i giovani scalmanati andavano d'accordo sul piano umano e su quello musicale, e soprattutto sembrava che la novità li divertisse quanto e più del trenino elettrico.
Di quell'insolito periodo ricordo un'unica nota negativa: i miei genitori si rifiutarono di farmi crescere i capelli come i Beatles. Peccato.
Al gruppo serve un nome, il resto c'è, si può partire
Il momento di affrontare la platea si avvicinava, ma il gruppo era privo di nome. Senza nome, un gruppo non può chiamarsi gruppo.
Meeting necessario, il nome va trovato. Mettiamoci d'accordo su quando incontrarci per discuterne. E cerchiamo di non venire con la fretta, perché chissà quanto tempo impiegheremo prima di giungere a una concordanza di pareri.
Stavamo fissando il giorno e l'ora della tavola rotonda quando un adulto, in risposta al suo interlocutore, pronunciò scherzosamente un comune modo di dire: «Ha proprio il cuore di pietra, lei!»
Una voce acuta spuntò dal basso del capannello gridando: «FERMI TUTTI! Ci chiameremo I CUORI DI PIETRA, che ne dite?»
I Cuori di Pietra piacque subito a tutti, fu approvato all'unanimità, e il meeting si rese inutile. Ormai ciò che serviva l'avevamo.
Anzi no, mancava una specie di cartello stradale da applicare con lo scotch sulla cassa della batteria, affinché il pubblico potesse identificare noi con abbinato il nostro nome. Cinque minuti dopo avevamo anche il cartello.
La sera del debutto
Del nostro debutto ricordo un grande entusiasmo e un unico timore collettivo: quello che il batterista (di nome Massimo, ragazzo di talento, ma con le bacchette in mano da pochi giorni), non riuscisse a scandire e sostenere un tempo uniforme, la qual cosa avrebbe messo in seria difficoltà l'intera band.
L'incaricato di tener sotto controllo Massimo ero io, e infatti non gli tolsi gli occhi di dosso dall'inizio alla fine dell'esecuzione (la foto parla chiaro). Ma il piantonamento non servì, perché Massimo riuscì a cavarsela egregiamente con le proprie forze. E il debutto fu un successone, ne uscimmo tanto euforici da prenderci a botte dietro le quinte.
cuori di pietra
Primo "concerto dal vivo" dei Cuori di Pietra – 1967
Da sinistra: Marco (chitarra), Maurizio (chitarra), Massimo (batteria). Più a destra ci sarebbe anche Luciano, il tastierista, che nella foto sfortunatamente non compare.
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