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Lo strano caso del signor Ulivelli
Siamo nel '61-62. E' un periodo in cui guardo il mondo forse più con le orecchie che con gli occhi; ogni scusa è buona per ascoltare, analizzare, confrontare suoni e rumori. Di rumori ce ne sono tanti, ma alcuni, oltre a far riflettere, sono anche abbinati ad eventi oltremodo buffi. Quelli, fossi matto, non me li perdo di sicuro: unire l'utile al dilettevole è una filosofia che ho sempre adottato.
Di fronte a casa mia, sul lato opposto della strada, c'è parcheggiata un'automobile, una delle pochissime auto della zona. Se sei un passante qualunque la macchina non puoi vederla, in quanto prudentemente e costantemente avvolta in un impermeabile grigio; se invece sei del posto, lo sai bene cosa nasconde il telo: nasconde una Topolino verde bottiglia. E sai pure che il suo proprietario è il signor Ulivelli, inquilino del secondo piano, uomo sulla cinquantina, calvo, di media statura; persona che per almeno tre-quattro anni donerà beatitudine a chiunque saprà osservarlo. Il suo omaggio è sempre lo stesso, identico al precedente, non cambia mai d'una virgola. Ormai tutti lo conoscono, sanno a memoria quale sarà la sua "sorpresa", eppure aspettano con ansia la domenica, perché è di domenica (solo di domenica alle undici in punto) che l'Ulivelli dà il meglio di sé.
topolino
E' domenica, sono le undici precise, l'Ulivelli non dovrebbe tardare. Infatti arriva, c'era da scommetterci. Scende di casa, esce dal portone, attraversa la strada evidenziando un bel paio di bretelle incrociate, tese come cavi d'acciaio; la loro trazione è talmente vigorosa che i pantaloni faticano a nascondere i calzini bianchi, scoprendoli fino all'elastico poco sotto al polpaccio moderatamente peloso. I tacchi dei mocassini testa di moro scandiscono adagio il ritmo della passeggiata. Fischietta placido, l'Ulivelli, con le mani in tasca e lo sguardo al cielo, quasi a sottolineare la maestosa protuberanza dell'addome. La stima di se stesso è integra: non si sottovaluta, lui.
Raggiunge la vettura, la scoperchia stando attento a non maltrattare anzitutto il telo grigio, ripiegandolo come una sposa piega il lenzuolo amorevolmente stirato; poi, estratto dalla tasca il portachiavi, si avvicina allo sportello dell'autista con incedere disteso. Si ferma lì davanti, in piedi. Si guarda attorno impettito, sicuro di sé, fiero di sapere che dopo un attimo un qualsivoglia passante avrà il bene di assistere al suo settimanale momento di gloria.
Introduce con cautela la chiave nella serratura (c'è da stare attenti: un gesto affrettato può causare graffi alla vernice), sbircia nuovamente i paraggi con la speranza d'intercettare un invidioso sguardo altrui e... e apre. APRE!
Si siede in macchina con il fare del papa che s'accomoda sul trono. Sventola ampio lo sportello per una trentina di secondi (l'interno di un'auto, sapete, ha bisogno di respirare), poi lo chiude, e se non è ben chiuso lo riapre e lo richiude con maggiore energia. S'aggiusta la cravatta, si schiarisce la voce scuotendo il viso, dà un'occhiata panoramica all'interno dell'abitacolo per sincerarsi che nessun malvivente v'abbia ficcato il naso. Sembra tutto in ordine. Controlla che la distanza dalle ginocchia ai pedali sia quella ideale. Porta avanti il sedile. Lo riporta indietro. Aggiusta lo specchietto retrovisore, poi però si accorge – ora che ha spostato lo specchietto – che la posizione del sedile può essere perfezionata. Lo sposta ancora. Lo riporta avanti. Lo riporta indietro. Lo riporta dov'era. Dà una pulitina al vetro, ché non si sa mai.
Sta per accendere il motore. Non è facile prendere una decisione del genere; accendere il motore comporta sempre una certa responsabilità. Guarda l'orologio, son già le undici e un quarto, la decisione va presa: è quasi l'ora di pranzo e lui non è ancora partito. Deve accenderlo questo motore, ci vuol coraggio, ma deve farlo.
Lo fa, il motore è acceso. Un motore appena acceso, prima di tutto va tenuto a basso regime, poi si può azzardare la sgassata; bisogna saper aspettare un pochino. Per il signor Ulivelli sono attimi interminabili, la voglia di premere quel pedale incombe, è irrefrenabile. Fortuna che ogni cosa prima o poi finisce, e finisce anche l'eterna attesa. Fra poco l'acceleratore avrà il piede che merita.
Ci siamo, l'Ulivelli può partire. Partire non nel senso di partire, ma di sgassare, solo e unicamente sgassare. L'Ulivelli non ingrana la marcia, l'Ulivelli pigia il pedale. Pigia piano, pigia forte; pigia più piano, pigia più forte. Molla il gas. Molla, pigia, pigia, molla. E impugna il volante, sterza, frena e sgassa ancora, sgassa sempre di più. Aziona i lampeggiatori, ora a destra ora a sinistra. Piega la testa indietro come per assecondare la salita, piega la testa in avanti per la conseguente discesa. Sempre da fermo, senza mai partire. I pistoni poveretti si dimenano, il carburatore invoca misericordia, la valvola a farfalla chiede indulgenza. Niente: il pilota sgassa e sgassa ancora, se ne sbatte delle farfalle, lui.
La Topolino rimane immobile, ma la simulazione del periglioso viaggio è impeccabile, esemplare.
Nel frattempo la marmitta comincia ad effondere abbondanti residui dell'improduttiva combustione; perché un motore in moto, indipendentemente da quanto si muove l'auto che lo ospita, di benzina ne consuma, ne consuma anche tanta. Col signor Ulivelli alla guida ne consuma un'enormità.
La nuvola di scarico prende corpo. Sulle prime ce la fa a disperdersi nell'aria, poco dopo inizia ad avvolgere per intero la macchina e il suo autista. Nessun problema, che sarà mai? L'Ulivelli non è tipo da intimidirsi per così poco: corre ai ripari attivando il tergicristallo, come per attenuare la foschia di quando si attraversa un banco di nebbia.
Passano i minuti. L'Ulivelli, per nulla pago del suo rombo e della devastazione auricolare procurata ai vicini, ora sta per soffocarli con esalazioni mefitiche. La cortina fumogena sale, sale, invade gli appartamenti circostanti, ormai ha assunto la morfologia del fungo atomico. La strada è pregna d'inquinamento acustico e atmosferico, le rondini sembrano organizzare un'imprevista migrazione...
... Ma no, che esagerazione! Non c'è nessun pericolo, fra dieci minuti sarà tutto finito: l'Ulivelli, dopo il trionfo settimanale, tornerà a casa soddisfatto. Nel rione lo conoscono tutti, persino le rondini. Qualcuno, certo, qualcuno accenna la protesta, ma i più se la spassano godendosi lo spettacolo dal balcone; serve solo un fazzoletto sul naso, il biglietto è gratuito.
Noi livornesi siamo fatti così,
le barzellette non importa inventarle: esistono in natura, basta saper dove guardare.
Finché ho abitato in quella strada, la Topolino è sempre rimasta dov'era, non ha mai percorso un metro, ha solo consumato carburante. E non venitemi a chiedere il perché: non l'ho mai saputo e non voglio saperlo. Lo strano caso del signor Ulivelli m'è bastato viverlo di persona, assieme ai molti che hanno saputo coglierne l'aspetto grottesco. I "perché" appesantiscono la vita, il più delle volte ci rendono psicologi all'acqua di rose; è assai meglio guardare ai "come", che non hanno effetti collaterali e fanno largo a quella dose di perfidia che è in tutti noi.
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